La storia che vi vorrei raccontare, ma che in realtà non ho ancora deciso per bene di volerlo fare, è una storia vera, ma a pensarci sembra un po’ una favola, anche se non è proprio come quelle che si raccontano di solito ai bambini perché ha un sapore dolce amaro, come la vita, quella vera.

Ad ogni modo è da qualche giorno che ho letto qui sull’Arcobaleno alcuni racconti che mi hanno toccato davvero e così mi era venuta voglia di scrivere qualcosa anche io, perché una volta tanto avrei qualcosa da dire.

Poi però ripensandoci forse anche no. Perché esporsi? Poi se scrivo male? Quindi avevo deciso di non scrivere nulla. Ma questa notte insonne (tanto per cambiare), mi sono alzato dal letto con questo tarlo nella testa. Quindi adesso la scrivo e la posto di getto. Poi me ne ritorno a letto. Così se domani mattina me ne sarò già pentito sarà ormai troppo tardi!

Ma tornando alla storia che vi volevo raccontare, inizia con due bambini che giocano nell’cortile di un asilo di Bologna e siamo agli inizi degli anni ’80. Per intenderci, sono i tempi di Jeeg Robot d’Acciaio, Goldrake e Mazinga (il Grande ed il “piccolo” che si fa chiamare semplicemente Z). Chi c’era sa di cosa parlo.

Matteo è un bambino di media statura, occhi azzurri, capelli riccioli e biondi. Ha la faccia sveglia ed il temperamento vivace. Stefano invece è un po’ più alto, occhi e capelli castani, carattere più mite e riflessivo. Non si sa bene perché, ma i due diventano grandi amici, al punto che iniziano a vedersi anche fuori dall’asilo ed anche le loro mamme diventano amiche fra loro.

Poi inizia la scuola elementare e i due bambini si iscrivono nel medesimo istituto, ma in classi diverse. Matteo va nella classe a tempo pieno e Stefano a quello normale (sì, allora esisteva ancora e si chiamava così, sebbene io preferissi definirlo “tempo vuoto” perché mi sembrava più coerente).

Nonostante non siano più compagni di classe, i due continuano a restare amici e si vedono spesso nel pomeriggio perché abitano vicino, finché a metà della seconda elementare Matteo si trasferisce a S. Lazzaro, un grosso paese nella prima periferia di Bologna.

Per due adulti automuniti questa distanza non sarebbe un grosso problema, ma per due bambini di 7 anni è un ostacolo insormontabile. Fortunatamente le mamme, diventate ormai care amiche, fanno in modo che Matteo e Stefano continuino a frequentarsi saltuariamente la domenica ed in qualche occasione speciale.

Così passano gli anni ed i due crescono ognuno per la propria strada. Nuovi amici, nuovi hobby, eccetera, eccetera. Si vedono sempre più di rado ed hanno sempre meno cose in comune. E’ principalmente l’amicizia delle loro mamme a mantenerli in contatto.

Quando la mamma di Matteo un giorno passa a visitare quella di Stefano, sono già parecchi anni che i due ragazzi non si vedono più. Stefano frequenta il terzo anno di ingegneria e di Matteo non sa quasi più nulla ad eccezione di qualche notizia scambiata fra le mamme per telefono.

“Matteo si è ammalato di leucemia ed è ricoverato all’ospedale S. Orsola.” Questo è ciò che disse, senza girarci troppo intorno, la mamma di Matteo a quella di Stefano quel giorno. E davvero certe notizie non ci sono altri modi per darle se non così, per quello che sono, nella loro cruda realtà.

Che tanto nessuna parola aggiunta riuscirebbe a mitigarne il contenuto. Se ti devo dare un pugno nello stomaco, tanto vale che te lo dia subito senza tirarla tanto per le lunghe inutilmente.

Stefano non era in casa quel pomeriggio, ma ovviamente lo venne subito a sapere al suo rientro. Decise così di andare a far visita all’amico in ospedale e nel giro di qualche giorno ci andò. Non sapeva bene cosa aspettarsi. Erano anni che non si vedevano. Lui conosceva il Matteo ragazzo sedicenne, ma quello che stava per incontrare era ormai un adulto.

Così lungo la strada per l’ospedale Stefano si preparò una specie di discorso consolatorio per quel ragazzo che da bambino era stato suo amico. A pensarci oggi mi fa sorridere, perché il contenuto di quel discorso, che per fortuna non fu mai detto, era intriso di tutte quelle frasi fatte ed ancorato saldamente a quelle assolute certezze che si hanno solo a vent’anni e che la vita poi ti spazza via alla prima folata di vento non appena apri la porta che conduce al mondo vero.

Ad ogni modo è difficile raccontare lo stupore mal celato di Stefano quando, giunto in reparto, si vide venire incontro un ragazzo pallido, magro, attaccato all’asticella della flebo, ma con un sorriso raggiante in viso.

Matteo sembrava sinceramente contento di rivedere Stefano ed era curioso di sapere come stava, cosa facesse, come se la passasse insomma. Sulla propria condizione di salute invece sembrava voler minimizzare. Ne parlava, almeno in apparenza, con incredibile serenità.

Questo atteggiamento non era stato assolutamente previsto dalla mente razionale di Stefano, che, imbarazzatissimo, non sapeva più cosa dire. Per cui, finì per dilungarsi a parlare dei suoi studi, delle preoccupazioni per gli esami che stava preparando e balle varie.

Rientrando a casa Stefano si sentiva uno straccio. Era andato a trovare l’amico per consolarlo e poi invece era finito a fare discorsi vuoti ed inutili lamentandosi per la fatica dello studio. C’era mancato poco che, salutandosi, non fosse stato Matteo a dare una pacca sulla spalla a Stefano!

Quando Matteo uscì dall’ospedale decisero di incontrarsi di nuovo una sera. Al cinema non si poteva andare perché Matteo aveva i globuli bianchi troppo bassi per frequentare luoghi affollati. Così si trovarono, con le rispettive ragazze, a mangiare un pizza al Galeone, poco fuori dalla tangenziale di S. Lazzaro.

Fu una serata davvero piacevole, passata raccontando e scherzando ciascuno delle proprie avventure e disavventure. I due amici erano cresciuti e diventati persone molto diverse fra loro, ma, con chi ti conosce sin da quando eri piccolo, non hai bisogno di condividere interessi per sentirti in sintonia.

Chi ti ha conosciuto bambino, riesce a vedere attraverso la maschera dietro cui l’adulto si nasconde e ti parla guardandoti direttamente in viso.

Quella sera fu l’ultima volta che Stefano vide Matteo.

Tramite sua mamma seppe che avevano scoperto che la forma di leucemia di cui Matteo era affetto era di una tipologia praticamente incurabile. Aveva avuto una ricaduta ed era stato messo di fronte ad una scelta: smettere di lottare e finire i propri giorni nel modo più sereno possibile oppure trasferirsi in un ospedale in Toscana per affidarsi ad una cura sperimentale che non forniva alcuna garanzia.

Matteo decise di combattere fino in fondo e si trasferì in Toscana. Pochi mesi dopo morì.

Il giorno del suo funerale la piazza di S. Lazzaro era gremita di ragazzi in lacrime. Ognuno dentro di se portava un proprio ricordo.

E qui potrebbe finire il racconto, ma invece continua. Perché Stefano in quegli anni si dilettava a cantare in una sgangherata rock band composta da alcuni dei suoi amici, ma coltivava il desiderio di smettere di fare cover ed iniziare a scrivere canzoni proprie.

Ne aveva già scritta qualcuna in verità, ma i testi non lo convincevano mai (non che le melodie fossero meglio eh!). Gli sembravano troppo costruiti, finti.

Il giorno che Stefano apprese della morte di Matteo, piangendo scrisse di getto qualche riga e subito ne nacque una canzone. In quel testo era condensato, con parole semplici e metrica imprecisa, la loro storia, ciò che Matteo, in quei pochi incontri, gli aveva lasciato. L’insegnamento di vita e l’esempio che gli era stato dato inconsapevolmente da quel suo coetaneo.

Quella fu la prima “vera” canzone che Stefano scrisse perché conteneva dei sentimenti sinceri e delle domande aperte, prive di artificiose risposte.

Stefano cantò la canzone accompagnandosi alla chitarra e la registrò su una cassetta magnetica. Poi la fece sentire a sua mamma che di nascosto la fece avere alla mamma di Matteo.

Ma passarono molti anni, Stefano abbandonò l’hobby della musica e la canzone rimase chiusa in un cassetto.

A 35 anni suonati, io (Stefano) decisi di fare arrangiare da un professionista alcuni dei miei pezzi, scritti ormai quasi dieci anni prima ed fu così che incontrai Alessandro Maiani di AM Productions.

Nei 4 brani non c’era la canzone di Matteo. Il contenuto mi sembrava troppo personale e doloroso per condividerlo.

Circa un mese dopo aver ultimato gli arrangiamenti (all’incirca nel gennaio 2012), Alessandro mi contattò per chiedermi se fossi stato disponibile ad inserire uno dei miei 4 brani all’interno della compilation dell’Arcobaleno della Speranza per la lotta contro la leucemia.

Subito gli dissi che accettavo, ma che avrei portato un’altra canzone. Una canzone davvero speciale.

Così “Ti avrei voluto dire” è stata inserita nella compilation. Il 25 aprile 2012 ho avuto il piacere di poterla cantare in pubblico ed è stata la prima volta che ho cantato dal vivo una canzone in veste di cantautore.

Mi piace pensare che sia stato un regalo di Matteo.

Stefano Pippa

6 commenti

  1. Ciao Stefano, grazie per questo tuo racconto, non sai da quanto lo aspettavo. Quando Alessandro mi mandò anche la tua canzone per approvarle, non ti nascondo che mi fece un certo effetto, come me lo fa ogni volta che l’ascolto, perchè oltre ad avere un bel testo è anche molto orecchiabile e bella, e non poteva non fare parte della compilation, perchè è una canzone appropriata a questa situazione.
    Io credo nel destino, credo in questa circostanza, nella proposta che ti ha fatto Alessandro, perchè sicuramente quella canzone doveva essere tirata fuori dal cassetto e cantarla fino a farla ad arrivare a Matteo.
    Il giorno del concerto, ho notato la tua emozione, e il desiderio di farmi incontrare con la mamma di Matteo.
    Ti avrei voluto dire…diciamole ora le cose, e non aspettiamo che sia troppo tardi! E che sia un incoraggiamento a non lasciare solo chi si trova in un letto d’ospedale.
    Un grande abbraccio
    Stella

  2. Grazie Stella e grazie all’Arcobaleno che mi ha permesso di realizzare il piccolo grande sogno di poter condividere questa storia.
    E’ stata, ed è ancora ogni volta che ci penso, una grande emozione.

  3. Ecco il testo della canzone:

    TI AVREI VOLUTO DIRE

    Ci battevamo per la libertà,
    per salvare il mondo;
    due bambini nel cortile
    della scuola,
    che sparavano dalle dita,
    contro un nemico invisibile che
    vedevamo solo noi.

    Poi il tempo ci spinse avanti
    sulle nostre strade che
    divergevano sempre più.
    Anni di esperienze e di ricordi
    seppellirono quei giorni
    nella mia memoria.

    Ti ho rivisto in quella stanza di ospedale
    magro, bianco, con la flebo nelle vene,
    ma negli occhi avevi ancora quella luce,
    c’era ancora tanto amore nella voce.
    Con me avevo poche fragili parole,
    ero impacciato non sapevo cosa fare.

    Rit.
    Ti avrei voluto dire ciò che non sapevo,
    ti avrei dato il coraggio che non avevo,
    ma le risposte già le avevi in fondo al cuore,
    nel passar lento di mesi, giorni ed ore,
    mentre t’incamminavi verso il tuo destino,
    sapesti amar la vita in ogni suo colore.

    Nel Silenzio di quel giorno,
    mentre tutto intorno era vuoto e assurdo,
    ti ho rivisto negli occhi di chi avevi amato
    e ho trovato un po’ di te,
    anche dentro di me.

    Rit.

  4. Bravo Stefano nessuno ti puo’capire quanto me perché.anch’io come te amo la musica e il testo di cui vado più fiero di aver scritto e’l’arcobaleno della speranza che Luana ha inciso al femminile ma la cui ispiratrice e’ una ragazza romana che tutti noi conosciamo la quale ha tratto dalla sua esperienza di malattia la forza di creare la onlus medesima che ha come motore principale l’amore per il prossimo che permette di aiutare in modo concreto coloro i quali sono ancora in trincea a combattere il mostro
    A loro e alle loro famiglie mando il piu’ caloroso degli abbracci e ribadisco uno delle frasi piu’ gettonate da coloro che frequentano il sito dell’ arcobaleno dai dai che ce la fai uniti si vince

  5. Stefano a me piace tantissimo la musica, la trovo la miglior forma di comunicazione perchè riesce a farci dire quello che il cuore non avendo voce non riuscirebbe.
    A Cà de Mandorli c’ero anch’io quel pomeriggio d’aprile, e ti ho ascoltato mentre l’emozione ti ha tradito un po’ la voce quando hai spiegato la storia che stava dietro a questa canzone. Ieri quando ho trovato la tua storia scritta ho unito le due cose..le tue parole scritte su questa pagina e la tua canzone in sottofondo; il risultato è stato quello di “vivere” l’emozione che usciva dal tuo cuore insieme a quella che ci hai regalato ad aprile.
    Quello che tu, Amèlie, Alessandro,Luana,Davide e tutti gli altri amici ci avete regalato e avete regalato all’Arcobaleno è una meravigliosa testimonianza di quello che significano le parole amicizia, solidarietà e speranza.
    Ora che l’Arcobaleno ti ha contagiato lascia che siano i tuoi occhi a vedere sempre i colori della vita, come li hai visti negli occhi di MATTEO.
    Grazie di cuore.

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