Ti lasci alle spalle la porta dell’ufficio e con sollievo pensi che un’altra giornata di lavoro si è appena conclusa e l’indomani ne comincerà un’altra. Invece no. All’improvviso il destino ti catapulta in uno scenario che non avresti mai immaginato di dover vivere un giorno, così orribile da sembrare solo un brutto sogno. Ma è la drammatica realtà con cui dovrai imparare a convivere. Lottare e sperare, non ci sono alternative.
Poi quella porta si apre, sei felice di varcarla. Quanto sei felice! Ma è solo l’illusione di un sogno, perché ti svegli in un letto d’ ospedale attaccato costantemente ad una macchina mentre le tue lunghe, infinite giornate scorrono tra il via vai dei medici e degli infermieri. Le ore sono scandite dalla quantità di farmaci che devi assumere per debellare il male. Perdi il conto delle trasfusioni di sangue e di piastrine che fai. Già al mattino senti una stanchezza insopportabile. Sei debilitato, dimagrito, senza capelli, il viso scavato e sfigurato. Chiuso per mesi da solo in una stanza a cui può accedere solo il personale medico e infermieristico. Poi c’è il conforto delle visite, per fortuna, due ore al giorno divise tra mattina e sera. Tra familiari e amici una sola persona può però accedere alla camera durante le visite per ragioni di sicurezza; sono troppo alti i rischi di contrarre virus per un paziente privo o quasi di difese immunitarie. Fai perfino fatica a riconoscere il volto del parente o amico venuto a visitarti, coperto da un camice, da un copricapo, mascherina, calzari e guanti che lasciano scoperti solo gli occhi. Dai muri della stanza senti la sofferenza di un altro paziente, ricoverato nella stanza adiacente che come te lotta per sopravvivere. Non puoi vederlo ma lo senti, perché la sofferenza è così forte che attraversa quei muri. Non sei solo tu a combattere quell’assurda battaglia. Te ne rendi conto ancora di più quando, al termine dell’isolamento del ricovero nella tua camera sterile, inizi le tue lunghe, interminabili giornate in ambulatorio aspettando il tuo turno con tante altre persone malate come te. Uomini e donne, giovani e anziani con il loro carico di paure e di sofferenze. Stringi amicizie, ti confidi, ascolti le loro storie, ti sostieni a vicenda. Gioisci quando vedi i progressi degli altri, perché in quei loro volti scavati riconosci te stesso. Pensi al peggio quando non vedi in ambulatorio i tuoi compagni di sventura. Provi ammirazione per la dignità con cui quelle mogli, mariti, amici e genitori si prendono cura dei loro cari senza mai perderli di vista in quelle interminabili giornate in ambulatorio che non sembrano passare mai. Tutti in attesa che dai risultati delle analisi del sangue arrivino buone notizie, mentre noi malati ci muoviamo come degli zombie in quello spazio angusto dell’ambulatorio.
Questa è stata la mia vita in questi tre anni e mezzo.
Sono ancora in piedi con cicatrici psicologiche e soprattutto fisiche che resteranno purtroppo indelebili. Ma sono ancora in piedi. E’ quello che conta, mi dico.
La porta di quell’ufficio sta finalmente per aprirsi davanti ai miei occhi. Non è ancora il traguardo finale. Questa battaglia assomiglia ad una partita di tennis che finisce al quinto set senza tie-break come nei tornei dello Slam (ah il mio amato tennis! Quanto mi mancherà!). Bisognerà ancora lottare se si vuole sperare di vincere.
Dicono che la malattia cambi le persone. Non lo so, sarà il tempo a dire se e come. Di certo, quell’uomo che tra qualche giorno varcherà quella porta, ha imparato da questa esperienza personale una lezione fondamentale: che una vita senza aiutare gli altri, coloro che hanno bisogno non vale la pena di essere vissuta. Ti rende una persona incompleta. Ho avuto la possibilità di conoscere non soltanto medici e infermieri dalla grande umanità e professionalità, ma anche quel mondo troppo spesso dimenticato della solidarietà. Quelle donne e uomini che donano il loro sangue, quelli impegnati nelle varie associazioni di volontariato che con infinito amore si occupano dei malati. Sono esseri come noi, con le loro vite, preoccupazioni personali e familiari, aspirazioni professionali che pure trovano il tempo che noi fingiamo di non avere. Sono i miei eroi e mi piacerebbe somigliargli almeno un po’.
Quella porta sta per aprirsi finalmente. Conto i giorni e l’emozione mi toglie il sonno. Non ci speravo quasi più, lo confesso. Il 9 gennaio è vicinissimo. Il ritorno alla normalità! Provo ad immaginarlo quel momento. L’abbraccio di colleghi e amici, i loro sorrisi, la scrivania che mi aspetta. Quel momento lo immagino varcando quella porta accompagnato da due angeli, Luca e Gabriele, a cui la malattia non ha dato una seconda possibilità. Meravigliose giovani creature che, sono convinto, mi sorrideranno da lassù. Il mio pensiero è rivolto a loro, ai loro familiari, a tutti quelli che non ce l’hanno fatta e a quelli che stanno lottando perchè anche la loro porta verso la vita torni ad aprirsi.

Cesare

Foto di Luca Calani

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