Ricordo ancora il giorno in cui me lo hanno posizionato. Avevo paura. Non tanto della procedura, ma di quello che rappresentava. Per me era il segno tangibile della malattia, qualcosa che mi avrebbe ricordato ogni giorno che la mia vita era cambiata.
Quando tornai a casa continuavo a guardarlo. Lo proteggevo, lo controllavo, avevo paura di urtarlo. Fare la doccia era diventata un’impresa, dormire richiedeva attenzione e ogni movimento sembrava dover essere studiato. All’inizio lo vivevo come un ospite indesiderato.
Poi, con il passare dei giorni, ho iniziato a comprenderne il vero significato. Attraverso quel piccolo catetere arrivavano le terapie che mi stavano aiutando a combattere. Ogni flebo, ogni cura, ogni farmaco passava da lì. Quello che vedevo come un nemico era in realtà un alleato.
Non vi nascondo che ci sono stati giorni difficili. Giorni in cui mi guardavo allo specchio e vedevo prima la malattia e poi me stessa. Giorni in cui avrei voluto strapparmi di dosso tutto: la paura, la stanchezza, le cicatrici e anche quel PICC.
Ma ho imparato una cosa importante.
Il PICC non racconta chi sono.
Non racconta i miei sogni, i miei affetti, la mia forza. Non racconta il coraggio che serve per alzarsi dal letto quando il corpo è stanco o la determinazione che serve per affrontare una nuova terapia.
Oggi, quando guardo quel piccolo tubo sul mio braccio, non vedo più solo la malattia.
Vedo la cura. Vedo la speranza. Vedo il percorso che sto affrontando per tornare a vivere.
Certo, ci sono giorni in cui pesa. Giorni in cui vorrei non averne bisogno. Ma ci sono anche giorni in cui lo ringrazio in silenzio, perché mi sta aiutando ad arrivare dove voglio arrivare.
Io non sono il mio PICC.
Sono Anna.
Sono una donna che sta combattendo.
Una donna che ha paura, ma che continua ad andare avanti.
Una donna che ha imparato che la forza non significa non cadere mai, ma rialzarsi ogni volta.
E finché quel PICC sarà sul mio braccio, mi ricorderà una cosa: sto lottando per la mia vita e non ho alcuna intenzione di smettere.


