In una giornata di un maggio qualsiasi varco la porta di un reparto; addosso una miscellanea di emozioni. Paura di non essere all’altezza, paura di non reggere alla botta, paura di essere travolta da emozioni troppo forti.
Decido allora di lasciarmi guidare dall’istinto.
Un volontario rappresenta una presenza silenziosa, ma capace di essere preziosa.
A volte serve solo ascoltare: c’è chi ha bisogno di compagnia, chi vuole raccontare la propria storia, chi cerca conforto in un sorriso e chi ti guarda con titubanza. La malattia è la più democratica di tutte: non guarda in faccia a nessuno. Ma ciascuno può decidere come affrontarla.
E allora grazie a Giada, che la sfida con il sorriso più bello che ha.
Grazie a Franco, che la affronta con un po’ di profumo perché, come dice lui: “Non sai mai chi può venire a trovarti”. Ad Anna Maria che si fa forza per i suoi figli, i cui ne va orgogliosa.
E grazie a Massimiliano, che oggi mi ha insegnato che in questi casi esistono due possibilità, e lui ha scelto di non arrendersi, di continuare a progettare, a guardare avanti.
L’Arcobaleno della Speranza sa che accanto ai malati il tempo assume un valore diverso. È per questo che da anni sceglie di tessere i fili di una tela che accoglie chi, nel momento più difficile, si sente perso, chi pensa di non farcela.
Il sorriso, la vicinanza, la capacità di restituire valore alle persone. Di dedicare tempo ai pazienti e al volontariato con pazienza e umanità.
Il mio personale grazie va a tutti i volontari che si spendono ogni giorno affinché l’arcobaleno non perda i suoi colori. Perché anche un gesto gentile può fare la differenza e ricordarci che la cura passa anche attraverso l’ascolto, l’attenzione e il cuore.
E il cuore sa, capisce e conosce.
Ci sono prime volte che non si scordano e questa di oggi io la ricorderò come un privilegio.
Grazie Arcobaleno e grazie sempre a te Maria Stella.
Fulvia. Uniti si vince!


