imagesNon solo trovo interessante quello che state facendo, ma anche utile. Ho girato un po’ il sito dell’arcobaleno…  mi sono accorto che offre una buona panoramica di quello che significa incappare in queste terribili situazioni. Per questo lo ritengo utile: perché ‘informa’. Forse andrebbe pubblicizzato di più…?…Ma non credi che abbiamo delegato un po’ troppo tutta la parte ‘medica’ della nostra vita..?.. per generalizzare un po’ più il discorso, anche oltre la pubblicità di quello che state facendo voi: non potrebbe essere un argomento da ‘forum’..?. perché stiamo rimuovendo così tutto l’aspetto più problematico del nostro esistere, cioè il soffrire e il morire..?..Perché di solito la gente si disinteressa – o viene fatta disinteressare – a queste problematiche vitali.. e poi si arriva del tutto impreparati alle emergenze, con attacchi di angoscia devastanti..?.. Non che la meditatio mortis o della sofferenza in genere debba trovarsi sempre e ovunque, in tv o sui giornali, ma così non siamo troppo sbilanciati in senso contrario..? Forse perché la nostra è una società fisicamente più ‘sana’ e longeva..?… Ho finito i punti interrogativi…:).. per oggi basta! Di cose da dire e discutere ce ne sarebbero milioni, secondo me… Per esempio, Stella, un’altra cosa che mi è piaciuta moltissimo del tuo atteggiamento, durante la trasmissione, è che sei riuscita anche a ridere un po’ della tua esperienza, e hai fatto sorridere anche me…!  E’ importante sdrammatizzare. Questo è un  tema importante, a mio avviso… un poeta antico, un greco di cui non ricordo assolutamente il nome, scrisse che noi siamo superiori agli stessi dei dell’Olimpo, perché loro se ne stanno lì, imperturbabili, proprio perché non hanno nulla da temere, nulla li minaccia, né la sofferenza nè la morte. Ma l’essere umano, che si trova letterlmente circondato da rischi di ogni genere (pensa a quel periodo, poi!), che deve affrontare la malattia, la vecchiaia, il decadimento e la morte, e che riesce a farlo anche ridendone, sprezzando la morte, non è forse superiore a un dio? (un altro punto interrogativo..! ma non è il mio)… E così per la tua/vostra capacità di sdrammatizzare.. mi ricordo il film di Benigni: ‘La vita è bella’, che segnò il tentativo di sorridere sull’olocausto… all’inizio mi lasciò piuttosto perplesso, come operazione, poi un po’ ridimensionai questa mia negatività, anche se mi piacque soprattutto il primo tempo.
Insomma, non sono sempre così tetro e problematico, giuro…!..:)..Forse un giorno organizzerete degli incontri e potrò esserci. Ho trovato interessanti anche gli argomenti del forum, presto avrò più tempo per potervi partecipare.
Vi saluto con tanto affetto e altrettanta stima e…
Grazie.
A presto
Carlo (psicologo)

3 commenti

  1. Ciao Carlo,
    grazie di aver acceduto al nostro sito e di aver lasciato un tuo commento. Noto che sono pochi i medici che lo fanno (qualsiasi sia la loro specializzazione).
    Incappare in situazioni terribili come la nostra è, a mio avviso, una possibilità concreta anche se infausta. Perché non veniamo preventivamente preparati? Perché forse è giusto così: chi di noi, del resto, si aspetta che possa capitare proprio a lui? La malattia, come la morte, sembrano cose talmente lontane dalla nostra vita almeno finché non ci si inciampa rischiando un capitombolo…
    Ma anche dopo una brutta caduta, l’importante è trovare la forza di rialzarsi e di proseguire il cammino proprio come quando si impara a camminare.
    Meditare sulla morte o sulla sofferenza, non fa audience proprio perché tutti ce ne sentiamo lontani almeno fino a quando non ci sbattiamo contro. Invece farebbe bene arrivare preparati. Anche se mi chiedo: ci si può preparare ad affrontare situazioni tanto dolorose? NO! L’importante è che quando ci capita sappiamo raccogliere tutte le nostre forze e continuare a combattere non perdendo mai di vista l’obiettivo principale: sconfiggere la malattia od almeno provarci con tutte le proprie forze.
    Trovo scandaloso che non si parli mai di malattia o di condizioni dei malati e che quando raramente i mass media se ne occupano lo facciano sempre con un pizzico di pena… Io non ho mai voluto la pena di chi mi è stato vicino: il sentirmi dire “poverina” è ciò che più di ogni altra cosa mi ha fatto star male. Non mi sento una “sfortunata” per quello che mi è successo né una persona che va compatita. Del resto sono ancora viva ed ho vitalità da vendere nonostante la mia emoglobina bassa :-). Continuo a mettercela tutta per guarire e, se fosse per me, riprenderei in fretta la mia vita “normale” tra una trasfusione e l’altra: io non ho paura sono gli altri che ne hanno per me (capisco la posizione dei miei cari… ma non la condivido :-)).
    La malattia e la morte fanno paura a chi ne sta lontano: dieci anni prima di ammalarmi fui coinvolta in un pauroso incidente stradale e ricordo l’orrore con il quale mi guardavano gli amici mentre raccontavo di essermi risvegliata incastrata tra le lamiere e di aver dovuto aspettare a lungo i Vigili del Fuoco affinché mi tirassero fuori… Non ti dico ora quando parlo degli effetti devastanti della chemio… in molti mi chiedono di fermarmi: preferiscono ignorare. Solo chi davvero ti vuole bene riesce a starti accanto anche quando sei in condizioni gravi: gli altri scappano perché non sanno affrontare tanta sofferenza e forse solo l’amore può attenuarla.
    Il mio motto è: meglio riderci sopra che piangersi addosso! Del resto se avessi pianto e mi fossi disperata, che cosa avrei ottenuto? Nulla! Ed allora proprio come nel film “La vita è bella” (che insieme al “Postino” di Troisi è tra i miei preferiti), facciamo finta di essere coinvolti in un gioco… magari alla fine vinciamo un carro armato che in questo caso è la nostra vita vissuta come prima che la brutta bestia se ne impadronisse…
    Per quanto riguarda eventuali incontri, mi piacerebbe davvero poterne organizzare. Se tu potessi aiutarci non sarebbe male: si potrebbe impostare una specie di “Smidollati anonimi” e portare ciascuno la propria esperienza… A parte gli scherzi, credo davvero che sarebbero utili e contribuirebbero ad accettare in modo più profondo ciò che ci è capitato mettendo a fattor comune le proprie vicissitudini.
    A presto

  2. Ehi quante domande!!! Ma tutte interessanti. Se i nostri argomenti li ritieni da forum, allora dai, lancia la palla e noi la prendiamo, per discuterne ed approfondire uno dei tanti milioni di argomenti 🙂
    Per quanto riguarda la preparazione alla sofferenza o alla morte, credo che non ci si possa mai preparare abbastanza, neanche facendo un master più aggiornato del modo 🙂 se non ci passi non lo potrai mai capire. Forse un modo per sopravvivere a queste cose è affrontarle con incoscienza, forse come ho fatto io, non sapenso proprio a cosa andassi in contro…se lo avessi saputo?…avrei reagito meglio?…

  3. Ciao Daniela, grazie a te per avermi risposto. Gli argomenti che hai toccato, che stiamo toccando, sono talmente vasti, complessi e importanti che lo spazio che gli si può dedicare in forum o in una mail sembra davvero poca cosa… ma d’altronde…:)…per quanto riguarda gli incontri che proponi alla fine del tuo commento sarei contento di parteciparvi, anche se non li ho mai organizzati e non vi ho mai partecipato, tranne che per un convegno. Fammi sapere tu come potrei esservi utile.
    Il ‘problema della morte in Occidente’, come lo chiamano alcuni tanatologi -- orrida parola per indicare gli studiosi del campo -- per un po’ ha costituito una disciplina a sé, se non sbaglio a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Brevissimamente, pe quanto ricordo, sappiamo tutti come nel Medio Evo esistesse addirittura un’Ars moriendi, un’arte del morire, di cui si conservano ancora degli opuscoli antichissimi. Il momento del trapasso era considerato talmente importante che i bambini venivano portati al capezzale del morente, per udire le sue ultime parole che, proprio in quanto tali, si ritenevano particolarente ispirate e capaci di ammaestramento dell’animo umano. I ‘medievali’ chiedevano a Dio che li aiutasse a scampare alla peste, alla fame, alla guerra e… a una morte ‘repentina’, una morte, cioè, cui non ci si era potuti preparare. L’ideale era morire muniti dei conforti religiosi, pentendosi dei propri peccati e raccomandando la propria anima a Dio… cosa che una morte improvvisa avrebbe impedito. Sembra di parlare di Marte e dei marziani, no? Oggi non si augurano (quasi) tutti di morire ‘di colpo’, ‘nel sonno’, senza accorgersene e senza soffrire…? Ti dirò di più: quando i cimiteri non erano ancora organizzati come lo sono oggi, il che avverrà secoli più tardi, le persone venivano a volte inumate nella nuda terra, anche proprio appena fuori della mura cittadine o appena fuori del paese, e poteva succedere che i bambini si trovassero a giocare tra arti, o altre parti del corpo, affioranti dal terreno…!..Pensa che diversità nel rapporto con la morte che esiseva allora, per noi oggi davvero inconcepibile. Fino a tutto l’800 e, direi, fino alla II Guerra Mondiale, il rapporto con la fine, anche se pur sempre doloroso,era molto più accettato, vuoi in un’ottica religiosa allora molto più pervasiva della vita di tutti, vuoi perla facilità per cui si poteva morire. Poi, con la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo, i progressi esponziali della medicina hanno iniziato a cambiare le cose. Proprio durante la II Guerra M vengono fuori gli antibiotici e poi, via via negli anni, il vaccino antipolio, antidifterico, antivaiolo fino agli attuali vaccini per le epatiti, alcune malattie esantematiche che ora non ricordo e anche quello per il papilloma virus, per prevenire il carcinoma dell’utero. Poi ci fu il boom degli anni ’50/’60, il ‘benessere’ -- sempre in Occidente -- e la medicina che continuava a iperspecializzarsi, raggiungendo, sì,traguardi incredibili, ma distaccandosi sempre di più dalla gente ‘comune’. Morire inizia a diventare un fatto da ‘specialisti’, non più un fatto umano. E quest’unione tra benessere e possibiità di cura diventa uno dei responsabili di questa trasformazione. Perché ho scritto tutto questo? Perché è abbastanza recente, tutto sommato, questo distacco, questo allontamento dalla sofferenza e dalla morte nella nostra cultura.
    Una palla che volevo lanciare, come scrive Stella: ma voi pensate si possa fare qualcosa per tutto questo..?… Di modo che la gente riesca a sopportare anche una narrazione dolorosa come quella del tragico incidente occorso a Daniela, o delle conseguenza di una chemio?.. Che si riesca a trovare il tempo per andare a trovare gli ammalati, oltre che il coraggio necessario per farlo?…Oppure ognuno deve aspettare di esservi lui convolto in prima persona o che lo siano i suoi cari..?.. Diventare ‘umano’ solo quando le persone affttivamente più prossime restano coinvolte…?
    Ma forse tutto quello che stiamo scrivendo o facendo è importante per noi e per le persone che ci sono vicine, ed è già tanto. Per la ‘società’ nel suo complesso mi sento più pessimista, la strada mi sembra più lunga e complicata, anche perché gli altri fattori in gioco -- oltre ‘benessere’ e ‘medicina’ -- sono culturali: una sorte di guerra alla morte, alla sofferenza e al decadimento (una volta i compleanni erano una festa per un traguardo raggiunto..oggi segnano un’altra tappa sulla via dell’invecchiamento… per cui…).
    Ma anche se ‘noi’ stiamo meglio perché stiamo facendo, condividendo qualcosa, una parte della nostra condizione umana, non è già un fatto importante..?

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